E infatti, per noi radicali l’impostazione è opposta. Noi non chiediamo necessariamente una norma in più, ma -più spesso- una norma in meno. Non chiediamo un diritto in più, ma una facoltà in più. Non chiediamo un intervento in più dello Stato, ma un intervento in meno. Il secolo appena trascorso è stato caratterizzato dall’impronunciabilità della parola “individuo”: ed era sempre un’entità collettiva (la Famiglia, il Sindacato, il Partito, la Chiesa, lo Stato: tutti minacciosamente maiuscoli) a dire l’ultima parola. Ora, è venuto il momento di immaginare un nuovo spartiacque politico rispetto alle tradizionali categorie della “destra” e della “sinistra” (per tanti versi, attrezzi ormai inadeguati): e la distinzione è tra chi (in economia come sul fronte delle scelte personali) vuole allargare e chi -invece- vuole restringere la sfera della decisione individuale e privata rispetto alla sfera delle decisioni pubbliche e collettive.
Anche per questo “siamo tutti Luca Coscioni”, “siamo tutti Piero Welby”, così come “siamo tutti Emilio Vesce”. Vedete, mi ha sorpreso che, in queste settimane, dopo la scelta di Padova per questo Congresso, nessuno lo abbia sottolineato. Padova è stata, è la città anche di questa lotta di Emilio, di sua moglie Gabriella, dei figli di Gabriella ed Emilio. Una lotta che prosegue con l’azione di Piero, dell’Associazione Coscioni, di noi tutti che la supportiamo.
2. Alcuni temi per il 2007. Sui diritti civili, le calendarizzazioni. In economia, la sfida blairiana e giavazziana tra “merito” e “censo”. Il Partito Radicale Transnazionale. Iniziativa nonviolenta sugli otto senatori.
I nostri Congressi servono anche -e soprattutto- a fissare obiettivi concreti per l’anno politico che si apre. Nuovi temi possono farsi strada, e le Commissioni congressuali che abbiamo previsto servono anche a questo: dirò qualcosa alla fine, a questo proposito.
Ma intanto, vorrei dire che -per il 2007- il compito di individuare alcuni percorsi di lavoro ci è reso più facile (poi il difficile sarà svolgere quei percorsi!) dalle cose che sono aperte e che abbiamo aperto quest’anno. Ho già citato il tema dell’eutanasia (ripeto: eutanasia, perché non può bastare la pur positiva discussione sul testamento biologico). Ma, naturalmente, non dimentico le altre questioni riconducibili all’area dei diritti civili. Dai pacs alle droghe alla fecondazione assistita, alla stessa eutanasia, sono depositate in Parlamento (e sui primi due temi, ne sono primo firmatario) importanti proposte di legge dei nostri deputati. Credo che sia necessario ed opportuno chiedere e ottenere (e, quando ottenute, far rispettare scrupolosamente) le relative calendarizzazioni. Siano calendarizzati, cioè, sia i provvedimenti governativi di attuazione dei pur minimi riferimenti alle libertà individuali contenuti nel programma dell’Unione (starei per dire che si tratta del …minimo sindacale) sia le nostre più complessive e vaste proposte di legge: e si metta, dunque, il Parlamento nella condizione di esprimere altrettanti e chiari “sì” o “no”. Non si pretende -ci mancherebbe- l’adozione delle nostre posizioni ad una ad una: ma quel che sarebbe inaccettabile è tenere tutto nei cassetti, o sotto il tappeto. E certo, fa davvero impressione che, in sei mesi, non si sia nemmeno riusciti a cancellare le norme della legge sulla droga che prevedono il carcere o comunque il rischio di sanzione penale per qualche spinello, oltre i 250 milligrammi di hascisc. Occorrerà un nuovo referendum? E’ una domanda non solo retorica.
Ancora: nell’anno che verrà, Radicali italiani sarà chiamato a supportare il “Satyagraha mondiale per la pace” lanciato da Marco Pannella, che si accompagnerà al rilancio politico del Partito Radicale Transnazionale, anche attraverso la convocazione del Consiglio generale di dicembre a Bruxelles. E’ una buona notizia, che attendevamo da così tanto tempo: ed è anche un’opportunità da cogliere.
E certo, ancora, c’è tutto il capitolo economico e sociale, che ho forse contribuito ad animare e ad arricchire. La proposta “sette giorni per un’impresa” (che ho presentato con decine di deputati), esempio di una filosofia, di un cambio di paradigma, di un capovolgimento nei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione, sta avendo un cammino parlamentare davvero incoraggiante, e per alcuni versi sorprendente. La buona notizia che posso confermarvi è che tutti i gruppi, unanimi (da Rifondazione alla Lega), nella mia Commissione, hanno dato il loro via libera affinché la votazione avvenga in sede legislativa nella stessa Commissione (cioè, senza andare in Aula, con procedure accelerate). Perché questo avvenga, occorre il parere di altre Commissioni (già due hanno dato semaforo verde), e il “sì” del Governo. Vedremo cosa accadrà: se così fosse, la Camera potrebbe approvare questa norma, che si attendeva da 15 anni, nei prossimi 15 giorni, prima di passare al Senato. E non c’è bisogno di sottolineare che cosa potrebbe significare, e quale successo potrebbe materializzarsi.
Ma, più complessivamente, c’è tutto un insieme di iniziative economiche e sociali, che da un anno abbiamo scelto come uno dei centri della nostra azione. Il filo conduttore, che dovremmo ripetere come un mantra, è quello del merito, della competizione, della concorrenza, contro le chiusure corporative, contro le protezioni a favore dei garantiti, contro le tutele degli “insider”. Qualcuno dice o teme che una società troppo dinamica, centrata sul merito, rischi di lasciare indietro tanti, troppi. Non nego che il rischio ci sia. Ma, come il professor Giavazzi non si stanca di spiegare e di argomentare, poiché il “rischio zero” non esiste, noi dobbiamo scegliere tra due alternative: la “discriminazione” (chiamiamola così, tra virgolette) secondo merito, o la discriminazione (stavolta scritta senza virgolette) secondo censo, secondo ricchezza. Guardate che in Italia, oggi, è questa seconda ipotesi che si realizza. Oggi il reddito dei genitori, della famiglia di provenienza, è non solo l’elemento decisivo, ma il più decisivo (più decisivo -dati alla mano- di quanto accada negli Stati Uniti e in quasi tutti gli altri paesi dell’Occidente avanzato) per le concrete opportunità di studio e di lavoro dei figli. E’ per questo che occorre una svolta blairiana. E’ per questo che oggi siamo ad un crocevia emozionante, in cui una politica liberale è anche una politica “di sinistra”, di “giustizia sociale”, perfino di “redistribuzione” (per chi ama questo concetto), mentre proprio le politiche sostenute da gran parte dell’arco politico “ufficiale” (e con in prima linea tanta parte della sinistra “ufficiale”) hanno la caratteristica di cristallizzare la situazione sociale esistente, o addirittura di peggiorarla in chiave regressiva, o comunque di fotografare una situazione in cui non si può ipotizzare -se non in casi molto limitati- lo schema del “self made man”, di chi “ce la fa” essendo di prima generazione. “Circolazione delle élites”, scriveva Vilfredo Pareto. “Sinistra reazionaria”, scriveva alcuni decenni dopo Ernesto Rossi. Siamo ancora lì.
Ma tornerò più tardi su questo. Evocavo alcuni temi su cui sarà naturale impegnarci nel 2007: diritti civili con la politica delle calendarizzazioni; il Satyagraha come naturale proseguimento di “Iraq libero”; e la questione economica e sociale attraverso il “filo” del merito e della competizione.
Prima di ogni altro tema, però, ce n’è un altro, che non possiamo non considerare pregiudiziale. Mi riferisco ad un vulnus intollerabile alla legalità, o ai brandelli di legalità che ancora le istituzioni italiane dovrebbero custodire. E’ la vicenda di otto senatori regolarmente eletti dai cittadini italiani, ma tuttora estromessi da Palazzo Madama. Non mi importa -ora- che tra quei senatori possa esserci Marco, o Rita, o non so chi altri di noi. Mi importa che le parole distillate da un maestro come Giuliano Vassalli, e quelle scelte dal Ministro degli Interni Amato vengano messe tra parentesi o -per così dire- “sbianchettate” per impedirne la lettura e la conoscenza. E mi importa che un primo elemento di democrazia (il fatto che i cittadini si scelgano i loro eletti) sia sconvolto e travolto. Siamo davvero mitridatizzati se non ci rendiamo conto che non c’è ferita più grave di questa, di questo broglio, di questo imbroglio. Dicevo poco fa: intollerabile. Qualcuno ha scritto che l’aggettivo intollerabile non dovrebbe essere usato: perché, nel tempo in cui scrivi quelle poche sillabe, hai già iniziato a tollerare. Abbiamo atteso molto. Abbiamo anche assistito al comportamento limpido del relatore, senatore Manzione, che sta svolgendo un compito coraggioso nella Giunta che al Senato è chiamata ad occuparsi di questa vicenda. Lo stato dell’arte è questo: il relatore ha chiesto e ottenuto sei audizioni di giuristi, che si terrano nei prossimi 22-23 giorni, nei quali -pure- il calendario del Senato diverrà serrato, con l’arrivo lì del decretone fiscale. Vi preannuncio e -soprattutto- vi propongo un’iniziativa, che vorrei assumere da militante politico radicale, con chi di noi lo vorrà: un minuto dopo che le audizioni si saranno concluse, poiché i tempi saranno maturi (anche troppo!); poiché la Giunta avrà tutti gli elementi per decidere in un senso o nell’altro, anche in relazione allo scadenzario che essa stessa si è liberamente scelta; poiché occorrerà -diciamo così- aiutare il Senato a prendere una decisione, qualunque essa sia, e a superare un’inerzia che appare (appunto) non oltre tollerabile; per queste ragioni, credo che a quel punto sia molto opportuno essere -ripeto: chi lo vorrà- in sciopero della fame, in dialogo con il Presidente del Senato, il Presidente della Giunta e i relativi membri, per chiedere che si giunga ad una determinazione. Potremmo magari annunciarlo presto, alla fine di questo Congresso, e preparare per due-tre settimane una mobilitazione che dovrà essere forte, serena, determinata, nel segno del dialogo.
Su altri temi e altri possibili percorsi di iniziativa tornerò più tardi.
3. La Rosa nel pugno. Il problema non è “salvare la Rosa”, ma salvare e rilanciare le ragioni e gli obiettivi della Rosa nel pugno. Vogliamo essere il soggetto della sfida in positivo sia sui diritti civili che sull’innovazione economica e sociale? La mia proposta: trasformiamo la crisi in occasione, con una grande Conferenza aperta.
Intanto, è giunto il momento di affrontare due nodi con cui non solo Radicali italiani, ma l’intero movimento radicale dovrà misurarsi nei prossimi mesi: per un verso, il progetto della Rosa nel pugno; e, per altro verso, il nostro rapporto con il Governo e la maggioranza.
Inutile nasconderlo o nascondercelo: la Rosa nel pugno vive, e non da ora, un grave momento di crisi. Ne è solo un esempio quanto è avvenuto la scorsa settimana, sulla finanziaria: con il Gruppo parlamentare convocato, un bel giorno, via sms alle 12.20 per le 12.45 (e figurarsi se abbiamo tutti potuto partecipare alla riunione, in queste condizioni!); con il Governo che pone la fiducia il giorno dopo, e il Gruppo che neanche si riconvoca per discuterne; e, infine, con un vertice politico -quello di sabato a Roma, a Villa Pamphili- anch’esso non preceduto da una riunione della segreteria della Rosa. Mi pare un quadro eloquente, e desolante.
Questa crisi va guardata negli occhi, se vogliamo davvero risolverla. Le aspirine (sia pure, ora, meritoriamente in vendita anche al supermercato) non bastano. Io vorrei contribuire a fare un passo avanti: come sapete, sono un ragazzo volenteroso…E allora, il problema è capire se abbiamo l’obiettivo di realizzare quello che, con grande ambizione, avevamo deciso (e iniziato a far vivere!) da Fiuggi in poi. Ci siamo detti per mesi: non è una lista elettorale, non è una soluzione tattica o contingente. E per questo abbiamo scelto grandi evocazioni: Blair, Fortuna, Zapatero; laici, socialisti, liberali e radicali. Un ibrido felice: il tentativo di coniugare diritti civili e innovazione economica e sociale.
Ad evitare che parta una lagna impolitica (“salvare la Rosa nel pugno”, che è un po’ come dire “salvare il panda”, in questi termini…), occorre -piuttosto- ragionare su come salvare e rilanciare le ragioni e gli obiettivi della Rosa nel pugno.
La domanda, oggi, deve essere questa: siamo ancora interessati a quel progetto, con quella ambizione? Siamo ancora interessati a lanciare una sfida blairiana e zapateriana nello schieramento che abbiamo scelto? Per me, la risposta è sì.
Ma se è così, temo che non ce la caveremo illudendoci che il nostro problema sia -che so- la titolarità del simbolo, o le elezioni amministrative, o l’assetto organizzativo interno, come ci ha detto ancora ieri il compagno Boselli sui giornali, o l’individuazione di temi di politica generale da declinare a livello locale. Tutti problemi che non sottovaluto: e molti dei quali, peraltro, in via di risoluzione, o comunque -a mio avviso- tutt’altro che insormontabili.
Il problema è il profilo che vogliamo dare alla Rosa nel pugno. E’ “Fiuggi” o non è “Fiuggi”? E’ “Blair-Fortuna-Zapatero” o non è “Blair-Fortuna-Zapatero”? Se è sì, se è “Fiuggi”, se è “Blair-Fortuna-Zapatero”, allora viene naturale la ricerca di “apertura ulteriore”, il tentativo di ricreare il “magnete”, la “calamita” che attrae con la forza e lo slancio dell’iniziativa politica autonoma e autonomista (ripeto: autonoma e autonomista, coraggiosa, non sparagnina), che chiami a raccolta altri “Turci”, altri compagni socialisti che hanno fatto scelte diverse in tutti questi anni, o semplicemente “altri”. Così come viene naturale lanciare una sfida politica (tutta in positivo: ma una sfida vera) dentro l’Unione, sia sui diritti civili sia sull’innovazione economica e sociale sia su altro ancora, sapendo che su tutti questi fronti non si tratta di mero “posizionamento topografico” dentro la coalizione, ma di altrettante possibilità di lotta politica e sociale (e anche con margini di consenso non piccoli tra gli elettori del centrosinistra, e -naturalmente- non solo fra loro).
In questa dimensione progettuale, aperta, dinamica, di sfida politica, sarà facile sciogliere i nodi politico-organizzativi: e anche gli eventuali dissensi non saranno quelli di una cooperativa chiusa che discute su come dividere gli utili che -a poco a poco- non è più neppure in grado di produrre.
Per questo, ho una proposta da avanzare, anche per la tavola rotonda che terremo domani, in questo Congresso. Trasformiamo la nostra difficoltà in un caso positivo. Ex malo bonum, come si dice. Trasformiamo la nostra discussione in una casa di vetro che tutti possano vedere, e magari anche frequentare. Diamo un esempio, anche rispetto al Partito Democratico, di come si può porre -oggi- il tema della nascita di un nuovo soggetto politico. Mentre altri, un po’ -come dire- “in vitro” chiudono ad Orvieto alcuni quadri dei Ds e della Margherita, e rischiano di non dare aria ad un grande progetto, di viverlo in modo chiuso, meccanico, oligarchico, noi potremmo aprire un trimestre, un quadrimestre, un semestre di “Conferenza aperta”, di “dibattito aperto”, di “open debate” sulla Rosa nel pugno, da una parte sulla forma-partito oggi, e dall’altra sui contenuti. Una Conferenza aperta con momenti fisici e momenti telematici; con contributi di intellettuali, politologi, economisti, giuristi, con quanti vogliano dare un contributo di riflessione e -per così dire- “compromettersi” nell’esercizio di discutere -oggi- su come far vivere un soggetto politico nell’era della “politica e della velocità” (per recuperare parole e concetti di un importante, straordinario convegno socialista animato da Claudio Martelli, se ben ricordo). Un partito che è già in apnea non può ulteriormente chiudere e chiudersi: il prezzo sarebbe altissimo, temo mortale.
Se devo iniziare la discussione, io credo che nei prossimi mesi molte cose si scomporranno nella politica italiana; e, nel caos, mentre tutti saranno persi nel “tormentone dei contenitori”, noi potremmo concentrarci sui “contenuti”, assumendoli come bussola. E, insieme a questo “vino nuovo” dei contenuti, dovremmo discutere sugli “otri” nuovi (sperabilmente, non i “vecchi otri”), cioè sui nuovi attrezzi politici per custodire e valorizzare, e per non sciupare, quella ricchezza.
Io, per fare ancora un passo in avanti, non sono “liberalsocialista”, e riterrei un grave errore la scelta di adottare un “sistema”, una sintesi statica, una piccola ideologia (foss’anche una non-ideologia), un “pacchetto compatto” al quale chi arriva debba, per così dire, aderire. Sarebbe -lo ripeto- un grave errore. Invece (ed ecco, allora, il “trinomio” Blair-Fortuna-Zapatero, e il “quadrinomio” laici, socialisti, liberali, radicali), dobbiamo essere inclusivi, aperti, capaci di accogliere sia chi arriva perché è motivato sul piano dei diritti civili sia chi arriva perché è attratto dalle nostre posizioni economiche e sociali.
Ma per far questo, occorre che le lotte (sia in economia che sui diritti civili) ci siano e siano visibili. Occorre superare timori e paure che non hanno ragion d’essere. In fondo, c’era timore, le prime volte in cui Maurizio Turco parlava del Concordato: poi anche Enrico scelse quella carta, e alla fine si è compreso che tanti italiani erano sintonici. In fondo, per fare un altro esempio, quando nella Segreteria della Rosa nel pugno si propose la vicenda tutta politica di Piero Welby, di primo acchito ci si rispose, da parte dei compagni dello Sdi, che “le tragedie personali non si mischiano con la politica”. Incredibile ma vero. Ricordo anche tanti timori e anche -diciamocelo con amicizia- tante sciocchezze (non so se tutte superate, queste: ma occorrerebbe farlo con slancio ancora maggiore) sul fronte economico e sociale, sull’agenda Giavazzi, sul Libro Bianco di Biagi, sul manifesto degli outsider (che sarebbe stato troppo di “destra”, ricordate?), sugli emendamenti e il tavolo dei volenterosi (che sarebbe stato e sarebbe, come ha -diciamo così: “acutamente”- osservato un deputato della Rosa nel pugno, un “cavallo di Troia del centrodestra”?)…Quante ne abbiamo dovute sentire…
Ma ora guardiamo avanti. La mia impressione è che non abbiamo nulla da perdere se non un pallore politico, un’inerzia e un’afasia che non hanno nulla da spartire con il colore, la vivacità, i connotati riconoscibili della nostra Rosa nel pugno, per tanti mesi! “Rinnovarsi o perire”, disse un grande socialista: ed è bene che sia i socialisti che i radicali di oggi (lo ripeto: sia i socialisti che i radicali di oggi) tengano a mente quel monito eloquente.
4. Stesso discorso sul Governo: siamo o no il soggetto di una sfida (in positivo ma vera)? La mia proposta. Subito incontro con Prodi per: calendarizzazione pdl diritti civili; svolta su moratoria pena di morte; sì a 7 giorni per un’impresa; accoglimento emendamenti volenterosi; completamento e non amputazione della Legge Biagi; varo ddl collegato alla finanziaria per riforme strutturali subito; nomina CNB e parole chiare di Prodi sugli 8 senatori. I radicali e la Rosa nel pugno ci stanno?
Esattamente lo stesso discorso vale per il Governo. Tanto per capirci subito: io non propongo l’uscita dal Governo, o un voto di sfiducia, come non propongo l’abbandono del progetto della Rosa nel pugno. La mia proposta politica, come avete già ascoltato e come ora preciserò ancora, è opposta. Io credo che sia possibile, in questo Congresso, un dibattito forte e unitario su come stiamo e cosa facciamo sia nella Rosa che nella maggioranza. Per usare un’espressione cara a Piero Fassino, direi che occorre un “cambio di passo”.
Mi spiego con alcuni esempi. Primo: che fine hanno fatto tutti i temi dei diritti civili su cui la Rosa nel pugno è nata? Che fa il Governo, che fa la maggioranza? Lo dicevo prima: sembrano desaparecidos perfino gli accenni, su questo, contenuti nel programma dell’Unione.
Secondo: la pena di morte. Quando ritenemmo, e purtroppo avevamo ragione, che il Governo Berlusconi stesse sciupando l’occasione della moratoria universale della pena di morte (e fu una vicenda incredibile: grazie al lavoro di “Nessuno tocchi Caino”, c’erano i numeri all’Onu per vincere, e c’erano gli elementi per una campagna memorabile, con un testimonial americano, cristiano, repubblicano, e perfino…favorevole alla pena di morte, anche se schierato per la moratoria); bene, dicevo, quando accadde questo, aprimmo una vertenza. Oggi, non possiamo non constatare che sta accadendo la stessa cosa da parte del Governo dell’Unione, con -per sovrammercato- lo sfregio di tenere in non cale e trattare come carta straccia (per non dire altro) due risoluzioni del Parlamento, una dell’Aula della Camera, e una della Commissione Esteri.
Terzo, la finanziaria. È noto a tanti che, pur stando nelle file del centrosinistra, a me questa finanziaria non piace, e per questo mi sforzo -con altri- di modificarla. Anche perché, purtroppo, non piace quasi a nessuno (due terzi degli italiani hanno un’opinione negativa, in questo momento; e il "Financial Times" di ieri ha pubblicato una "classifica" dei ministri delle finanze in base alla loro capacità di incidere in senso virtuoso sugli assetti del Paese, nella quale Tommaso Padoa Schioppa porta a casa un entusiasmante ultimo posto): a meno di adottare la curiosa tesi governativa secondo la quale, se tutti sono arrabbiati, vuol dire che si è proprio fatto un buon lavoro. Non so chi sia lo spin doctor che ha suggerito questa “chiave di lettura”: forse -chissà- lo stesso che ci ha aiutato ad annunciare il nostro Congresso…Ma questa è una battutaccia, e voi non tenetene conto.
Vedete, lascio da parte alcuni errori grossolani nella finanziaria: lo schiaffo della tassa di successione (per di più sotto falso nome!); l'altro schiaffo del Tfr; i mille guai che ogni giorno vengono fuori…Per non parlare di tutto il capitolo che rischia di far passare il Governo dalla parte del torto perfino quando persegue un obiettivo giusto come la lotta all'evasione fiscale. E’ vero: l'Italia ha un grave problema di ”evasione" e di "sommerso". Ma contrastarlo in modo poliziesco (penso all'assurda idea di far chiudere un negozio per un mese, per tre infrazioni sugli scontrini) è assurdo e inefficace, oltre che illiberale. Per non dire (lo ha giustamente rilevato Emma) che anche il linguaggio è sostanza. Ho visto dai giornali di ieri che il viceministro Visco è preoccupato per le reazioni dell’opinione pubblica: forse farebbe meglio a chiedersi se abbia fatto bene lui a dire che il suo obiettivo era “stanare, scovare, snidare”…Era proprio opportuno, saggio, giusto?
Al contrario, ci sarebbe una strada semplice, liberale e di sicura efficacia, lanciata dal nostro "tavolo dei volenterosi", a partire da una prima proposta di Bruno Tabacci: mi riferisco alla creazione di un "contrasto di interessi" rendendo "scaricabili" attraverso detrazioni tutte le prestazioni e tutti i servizi possibili. Se io posso scaricare tutto, sarò il primo ad essere interessato ad ottenere scontrini, fatture e ricevute: questo è un modo civile di procedere, senza atteggiamenti occhiuti, minacciosi e polizieschi. È questo un esempio delle proposte che, con parlamentari di centrosinistra e di centrodestra (tra loro, Sandro Bondi e Adolfo Urso, tra gli altri), abbiamo avanzato, anche in sintonia con le gravi critiche che sia l'ex presidente Ciampi che il Governatore di Bankitalia Draghi (non propriamente due eversori…) hanno rivolto alla finanziaria. Ecco il punto: doveva essere, in base al DPEF che avevamo votato con entusiasmo, una finanziaria centrata sulla spesa e su riforme strutturali (pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale), e invece ci ritroviamo come al solito di fronte a una manovra basata su tasse. Errore imperdonabile, da correggere subito: e per questo continuiamo a chiedere al Governo l'atto di saggezza di non arroccarsi, di non chiudersi a riccio. Altrimenti, la sfiducia dei cittadini nei confronti dell'Esecutivo (come i sondaggi già ampiamente testimoniano) diventerà un dato ben difficilmente reversibile.
Vedete, qualcuno ha parlato di "vendetta" di un pezzo di centrosinistra nei confronti delle piccole imprese. Dal mio punto di vista, se possibile, la diagnosi è ancora più impietosa: siamo dinanzi ad un'inadeguatezza, ad un'incapacità profonda, ad una non-lettura di quello che accade nella nostra società e nel nostro tempo. Ancora si ragiona, da parte di tanti, in termini di "blocchi sociali" (che, come tali, non esistono più), o comunque ci si "siede" sul vecchio schema della "triangolazione" con sindacato e grande impresa. Dimenticando che oggi gran parte dei lavoratori non sono rappresentati dal sindacato, così come gran parte degli imprenditori sono -di fatto- senza voce. Esemplifico: chi si occupa dei 6 milioni di piccole e piccolissime imprese, che non vanno nei tg, ma rappresentano il cuore pulsante del paese? Gian Maria Fara, il Presidente dell’Eurispes, che sarà qui sabato, parlò nel 1999, di Gulliver, del gigante imbrigliato. Ora siamo alle prese con 6 milioni di “piccoli Gulliver imbrigliati”, o, se preferite, con un “imbrigliamento” generale, sia di Gulliver che dei lillipuziani…Ecco, se l'unica cosa che "arriva" a questa parte del paese, da sinistra, è nei giorni pari il ripristino della tassa di successione, e nei giorni dispari l'abolizione del secondo modulo della riforma fiscale, e la domenica magari le norme sulla privacy (quelle per cui un imprenditore, anziché preoccuparsi -che so- del suo scoperto in banca di 20mila euro, deve perdere tempo per comunicare chi sia il “custode delle password” -è incredibile, ma questo è ciò che accade!-), quello che si crea è un sentimento di paura e di diffidenza profonda, mista a sconcerto e distanza, in qualche caso anche disprezzo per lo Stato. Vorrei che non si dimenticasse che, in tre mesi di campagna elettorale, l'Unione ha gettato al vento circa 7-8 punti di vantaggio: e l'incertezza (per non dire altro) sulle tasse ha giocato un ruolo rilevantissimo.
Senza dire che, anche a causa di questo, del mix tasse-burocrazia (e aggiungerei: incertezza del sistema giudiziario), non solo non attraiamo capitali, ma assisteremo (questo è il fatto nuovo) anche alla delocalizzazione pure da parte delle piccole e medie imprese, non solo delle grandi. D’altra parte, diciamocelo: avendo dei soldi da investire, ciascuno di noi preferirebbe la Polonia (con tasse al 19% e un’impresa che si può aprire in 10 giorni) o l’Italia (con tasse fino al 60% e un anno e mezzo per aprire davvero un’impresa)?
E ancora, tornando alla finanziaria, quanti editoriali abbiamo letto sulla necessità di fare le riforme strutturali quando c’è una congiuntura positiva (e l’attuale congiuntura lo è, sia pur lievemente), e -soprattutto- sulla necessità di farle nella prima finanziaria della legislatura? Mi è capitato di ricordare che, nel 1994, quando Berlusconi fu purtroppo indotto dalle pressioni della piazza e da quelle di Scalfaro a mettere fuori dalla finanziaria la riforma delle pensioni, Romano Prodi sottoscrisse (e fece benissimo) l’appello di Franco Debenedetti, Franco Modigliani, Paolo Sylos Labini e Mario Baldassarri, affinché non si perdesse quella occasione. Oggi è la stessa situazione a parti invertite. E se ci si dice che delle riforme si parlerà “dopo” (qualcuno dice gennaio, qualcuno marzo, e qualcuno dice ancora -cito dichiarazioni di altrettanti ministri- che il confronto richiederà sei mesi a partire da marzo, cioè fino alla prossima finanziaria, come nel gioco dell’oca…), tutti sappiamo che quel “dopo” rischia di significare “mai”: le “calende italiane”, ancora più remote e inesistenti delle “calende greche”.
Dinanzi a tutto questo, io non propongo (lo ripeto ancora per evitare equivoci) l’uscita dalla maggioranza, o uno scatto di nervi, o un colpo di testa. Ha ragione Marco quando dice che non siamo “delusi” perché non ci eravamo “illusi”, ed ha ragione Emma quando ci ricorda che non si tratta di un Governo radicale.
E infatti io non propongo questo. Propongo, esattamente come ho fatto prima per la Rosa nel pugno, una sfida in positivo, ma una sfida vera. Voglio citare Marco, e la sua intelligente e creativa formula: un conto è fare gli “ultimi giapponesi dell’utopia prodiana”, altro conto -e sono certo che siamo tutti d’accordo, o almeno me lo auguro- sarebbe fare “gli ultimi mohicani delle tasse e degli scontrini di Visco”. Noi siamo, saremo e vogliamo essere leali, ma essere leali non significa essere sordi, ciechi e muti. Prodi stesso non ha bisogno di guardie svizzere, ma di qualcuno che lo sfidi e lo incalzi sul terremo riformatore. Questa estate, Prodi disse che occorreva stupire il paese con riforme radicali. Per ora, lo sta stupendo e basta: direi che lo sta stupendo con una finanziaria …”stupefacente”. Se non siamo noi a chiedere ora (ripeto: ora e non “dopo”!) uno scatto sulle riforme, chi lo fa? Io vorrei che non fosse solo Emma a farlo, come ha fatto -benissimo- sul Corriere di qualche giorno fa. Vorrei che non fossi, per altro verso, io a farlo con la mia attività. Vorrei che lo facesse la Rosa nel pugno, che invece -su tutto questo- non si sa bene cosa faccia.
Lo ribadisco ancora: possiamo avere un dibattito forte e unitario. E allora recuperiamo il senso di questi anni, che dà conto delle nostre scelte, che io difendo tutte, e fino in fondo. Chiedemmo l’”ospitalità” agli uni e agli altri, affermando che le condizioni politiche e di legalità esistenti trasformavano i diritti democratici di ciascuno in privilegi esercitabili solo dentro uno dei maggiori schieramenti. Non smettemmo di dire (l’espressione era forte, ma non era un insulto, era un’analisi politica, che io condivido) che c’era un confronto, per tanti versi, tra “corleonesi” e “palermitani”. Io non dimentico che, proprio nel centrosinistra, ci si disse no all’ospitalità, tra l’altro, sostenendo che la nostra lista non si sarebbe potuta chiamare “Radicali-Coscioni”…E ancora, più avanti nel tempo, un anno fa, al Congresso di Riccione, scegliemmo (e lo rivendichiamo!) l’”alternanza”, ma dicendo che non smettevamo (attraverso il necessario passaggio dell’’”alternanza”, appunto) di chiedere e cercare l’”alternativa”.
Ora, io non ho frette o frettolosità, e infatti propongo qui qualcosa di ragionevolissimo, che -infatti- ci diciamo da tanto tempo, eppure non riusciamo a fare. E allora, anche qui, avanzo una proposta, sulla linea di quella che ho fatto prima per la Rosa nel pugno.
Propongo che la Rosa nel pugno chieda ed ottenga un incontro nei primi giorni della prossima settimana con Romano Prodi per chiedere:
1. l’impegno del Governo a favore della calendarizzazione delle proposte sui diritti civili. Poi sarà il Parlamento a decidere nel merito, dai pacs all’eutanasia alla droga;
2. il cambio di posizione del Governo sulla sconcertante vicenda della moratoria universale della pena di morte, che è oggi boicottata, di fatto;
3. il sì del Governo al voto in Commissione, in sede legislativa, della legge sui “Sette giorni per un’impresa”;
4. il sì del Governo agli emendamenti dei volenterosi sulla finanziaria;
5. il completamento (e non -invece- l’aggressione o l’amputazione, come vorrebbero i comunisti) della Legge Biagi;
6. il sì del Governo (c’è tempo, credo, fino al 15 novembre) al varo di un disegno di legge collegato alla finanziaria sulle riforme strutturali subito, con tempi e procedure certe e acceleratissime su pensioni, sanità, pubblico impiego e finanza locale.
7. la nomina del Comitato nazionale di bioetica, e parole chiare del Presidente del Consiglio, nonché leader della maggioranza, sulla vicenda degli otto senatori.
Sono richieste ragionevolissime, di buon senso, perfino moderate. La Rosa nel pugno è pronta a prendere questa bandiera di buon senso e di ragionevolezza? Questo Congresso incoraggerà la Rosa a farlo?
Vedete, la stessa vicenda dei volenterosi è evocativa: noi, con Paolo Messa, Nicola Rossi, Bruno Tabacci, andremo avanti, in tante forme. E la Rosa nel pugno può essere capace di muoversi nello spazio che si apre tra “fiducia” e “piazza”, in quello che il mio amico Tabacci chiama giustamente non bipolarismo, non bipartitismo, ma “bileaderismo”, con fiducia e piazza che si sorreggono e si giustificano a vicenda, in un -in ultima analisi immobilista- “simul stabunt, simul cadent”.
In questo scenario, l’unica cosa che non possiamo permetterci è stare fermi, essere un bersaglio fisso. Sarebbe un paradosso: proprio noi, ricchi del tesoro dei 31 punti di Fiuggi.
5. Il nostro Congresso. Il Partito. Il “caso Capezzone” (?!?). Cosa non va: e sono il primo ad assumermene le responsabilità. Ma ora (ripeto: ora) ci sono di nuovo le condizioni per una forte interlocuzione sociale: e questo accade anche grazie al mio lavoro. Un nuovo “ma perché”…Due proposte concrete sulle pensioni.
E allora, siamo giunti agli eventi di questi giorni, al modo in cui questo nostro Congresso è nato. L’ormai proverbiale “marziano” di Flaiano, atterrato tra noi, cercherebbe spiegazioni, e -chissà- avrebbe l’imbarazzo della scelta: forse le notti di Halloween; forse un tentativo di far concorrenza al Circo Togni; forse un’abilissima campagna mediatica per accendere i riflettori sul Congresso (una “case history” su come si può -appunto- “creare il caso”: un po’ quel che ho ed abbiamo fatto dopo aver trovato il “foglietto” delle nomine Rai); forse un po’ di autolesionismo, di “tafazzismo” radicale; o forse tutte queste cose insieme, in un impasto, in un pasticcio vitale, forse anche troppo vitale, per alcuni versi.
Io ho l’impressione (lo dico a Marco, a noi tutti, anche a me stesso) che non dovremmo ripercorrere le orme di Fonzie, del protagonista di “Happy Days”, in quella leggendaria puntata in cui non riusciva a pronunciare una frase: “Ho sb…ho sb…ho sb…”. La frase era: “Ho sbagliato”. Diciamocelo: questa ciambella non ci è venuta benissimo. Ma il mestiere nostro, di noi tutti, è quello di cavare, di trarre da un male un bene: e allora proviamoci, proviamo a trasformare questo “casino” in una occasione di dibattito aperto ed unitario. Ho già fatto proposte precise su alcune campagne da proseguire, proposte sulla Rosa nel pugno, proposte sul nostro rapporto con la maggioranza. Dirò ora qualcosa sul nostro partito.
Intanto, c’è una cosa su cui -a mio avviso- non abbiamo sbagliato, ed è la pubblicità integrale delle nostre riunioni. Io sono fiero -lo dicevo all’inizio- del nostro “open party”, del nostro “partito aperto”. E’ vero: c’è un po’ il rischio del Grande Fratello, e -diciamo così- più nel senso di Taricone e Pappalardo che non nel senso di Orwell. Ma io non posso fare a meno di confrontare questo nostro stare in piazza, visibili, giudicabili, conoscibili, veri, pronti a lavare i panni sporchi in pubblico (che è poi il solo modo di lavarli davvero) con tutto il tormentone di questi anni sulle intercettazioni. Mi viene quasi da ridere: e cosa potrebbero intercettare, a noi? Nessuno mi leva dalla mente che il nostro sia, in questo, un modello, un esempio.
C’è un’altra cosa che ho già detto in svariate assemblee precongressuali, poi in diverse interviste, e ridico subito qui, per evitare che se ne discuta un solo minuto. Io non mi ricandiderò alla segreteria, e sono favorevole (scandisco: fa-vo-re-vo-le) al ricambio. E’ fisiologico, ed è anche giusto, ora che siamo entrati in Parlamento, recuperare l’antica tradizione radicale che sconsiglia il cumulo e la commistione tra incarichi istituzionali e incarichi di partito, a maggior ragione quando, come nel mio caso, c’è anche una Presidenza di Commissione, oltre che una condizione di obiettiva centralità, che difficilmente potrà decrescere, della mia complessiva iniziativa politica. E’ un esempio che noi possiamo dare, ed è anche questa una cosa che altre forze politiche potrebbero notare e annotare.
Certo, il “casino” di questi giorni ci ha fatto correre il rischio di tramutare un passaggio fisiologico in qualcosa di traumatico, come se vi fosse stata o se vi fosse una spaccatura politica. Confido che così non sia, e opero in questo senso: e, come avete visto e sentito, le proposte che faccio sono volte ad accelerare su percorsi su cui siamo troppo lenti, a mio avviso, e non ad abbandonare quei percorsi.
Si è inserito in questo dibattito anche il cosiddetto “caso Capezzone”, cioè una diversa fase del rapporto -diciamo così- tra radicali e comunicazione, con tutti i punti interrogativi e le cose da capire che ne derivano o ne deriverebbero. Ora, ammesso che questo “caso” interessi a qualcuno (confesso che, qualche volta, vedo il rischio di discutere un po’ come nei circoli e nei fans club dove c’è ancora gente convinta che Elvis Presley sia vivo…), io parto da queste considerazioni. Sapete (ve ne ho parlato molte volte, ed è il tema su cui maggiormente mi vado interrogando) che oggi il muro della “non comunicazione” e della “non comunicazione politica” ha assunto nuove caratteristiche. L’Italia, un po’ per ragioni fisiologiche, un po’ per ragioni tutte patologiche, vede una crescente impossibilità di comunicare (soprattutto in termini politici) a una rilevante quota della popolazione. Vi ho molte volte detto di quanto io veda una distinzione sempre meno recuperabile tra la “dieta mediatica” di un terzo del paese (la parte più politicizzata, che legge diversi quotidiani, si muove tra Internet, tv satellitari, non di rado con accesso diretto alle fonti) e quella degli altri due terzi (la parte meno politicizzata, e per tanti versi la più interessante, perché meno carica di pregiudizi e incrostazioni, che appare sempre meno raggiungibile). Vi parlai un anno fa, in questo senso, di una incapacità/impossibilità di raggiungere le “periferie”, molto spesso oggi “toccate”, televisivamente parlando, forse solo dai programmi della De Filippi, con un nuovo tipo di “tipi”, qualcuno direbbe (forse sbagliando, forse no) un nuovo tipo di “sottoproletariato”, non di rado un nuovo tipo di “coatti” che ne sono al tempo stesso protagonisti e spettatori, con un meccanismo di riconoscimento e partecipazione, di interazione, che la De Filippi ha saputo così bene costruire.
In un contesto del genere, in cui i pastoni politici sono spesso inascoltabili e respingenti, in cui i “contenitori” politici tradizionali sono in stato comatoso, con ascolti piccoli (e sempre identici: sempre gli stessi spettatori, che tutte le sere si convincono un po’ di più dell’opinione che già hanno, e quindi naturaliter poco “spostabili”), una strada, non l’unica, ma una strada è quella di cercare un varco, anzi di cercare varchi sempre diversi, quasi con una logica da guerriglia (sapete che esistono già saggi sul “guerrilla marketing”, su un piano ben diverso). Mescolare “alto” e “basso”; cercare nicchie diverse di pubblico tra loro non comunicanti (scegliendo di volta in volta la cosa, tra le nostre, che è più opportuna per quella fetta), e soprattutto spazi inesplorati della comunicazione; infilare diritti civili e libertà economiche tra le gag di Markette, o perfino su Eva Tremila, o perfino facendo un certo tipo di lavoro su Internet, sui blog: tutto questo è un lavoro di semina e di diffusione difficile ma importante. Ed è anche una variante aggiornata di un “superclassico” radicale, e cioè la ricerca di un “varco”, “varco” nel quale -se riesci a tenerlo aperto per un po’- puoi anche infilare “altro”, altre cose radicali rispetto a quelle che ne hanno consentito lo schiudersi.
Ora, da tempo cerco questi percorsi, e c’è stato un indubbio scatto negli ultimi 120-150 giorni, anche con l’acquisizione e la crescita delle mie “funzioni istituzionali”. Tutto questo si è -non di rado- accompagnato a cose oggettivamente rischiose, coraggiose, controcorrente, costose, alle quali ho partecipato non da ultimo, diciamo così (penso al no alla candidatura D’Alema alla Presidenza della Repubblica, o alla denuncia del circo delle nomine Rai, o alla sfida politica lanciata rispetto alla finanziaria da noi volenterosi). Ne sono derivati dati che andrebbero studiati freddamente: in termini di indici di ascolto come di dati sulla fiducia di tanti nei miei confronti. Tutto questo è un piccolo patrimonio -a mio avviso- da studiare e non da temere, da guardare non come un’insidia ma come un’opportunità, da condividere e non da considerare un’”anomalia”. Anche perché la cosa più probabile è che i varchi, ad uno ad uno, si richiudano a grande velocità.
Un altro discorso vero da fare (e da fare senza tabù), e rispetto al quale sono pronto ad assumermi tutta intera la mia quota di responsabilità, è la nostra difficoltà, e in qualche caso incapacità, di trasferire -diciamo così- sul partito, in termini di iscrizioni e contributi, la mole di politica che “maciniamo”. Rispetto all’avvio della fase -diciamo così- istituzionale della mia attività (questi 120 giorni), tanti compagni (e Marco quotidianamente, e anche con riscontri di oggettivo interesse e di oggettiva rilevanza) sono informati di un mio sforzo importante, con pochi precedenti, di interlocuzione con i ceti produttivi. E’ ciò su cui anche Emma è impegnatissima, e da par suo. Il problema vero riguarda tutta la fase precedente, in cui siamo stati (e sono stato) meno bravi, meno bravo, a insistere sull’esigenza dell’iscrizione, della quota quotidiana, del sostegno concreto e tangibile al partito.
Lo dico con franchezza, non ho problemi a sottolinearlo. Con la stessa franchezza, però, dico che onestà intellettuale vuole che, nell’analizzare i fatti degli ultimi 14-16 mesi, su questo fronte, non si possa non tenere conto di alcune circostanze rilevanti che hanno inciso rispetto al calo dei sostegni: la scelta, dopo anni di “terzietà”, di uno schieramento, con grave delusione (e, in tanti casi, distacco) di tanti sostenitori, fautori di una nostra diversa collocazione; il sostegno ad un Governo che (nonostante le nostre attività sul piano economico e sociale) è percepito e in tanti casi è effettivamente il governo delle tasse; ancora, la crescita di altri soggetti radicali, il che è un grande patrimonio (e penso in primo luogo all’Associazione Coscioni, che è in una fase tanto positiva), ma non può non pesare (lo ripeto: è positivo!) che anch’essa si ponga come un altro soggetto italiano, e che peraltro chieda iscrizioni con una quota molto inferiore (ragion per cui dobbiamo piuttosto rallegrarci del fatto che altri arrivino, per altra via “italiana”, pescando nello stesso “serbatoio” o in serbatoi “limitrofi”); e, ancora, la nascita della Rosa nel pugno, che ha indotto molti ad “attendere” o la confluenza dei vecchi soggetti nel nuovo o addirittura un ipotetico tesseramento della stessa Rosa; e infine l’esigenza di rilancio del Partito Radicale Transnazionale (ricordo che quando, prima in estate e poi a settembre, volevamo centrare una mozione di Radicali italiani sulle iscrizioni per il 2006, tutti d’accordo -Rita, Marco, io stesso, tutti quanti- ci ponemmo piuttosto nella prospettiva di una futura campagna complessiva, da focalizzare in primo luogo sul Partito Radicale, e centrata sulla doppia iniziativa del Satyagraha e del Consiglio generale del Partito).
Credo che sia saggio considerare tutto, sia queste cose sia le altre, che esistono entrambe. Queste ultime, per capire davvero cosa è successo, senza giudizi sommari o monchi; le altre, perché non siamo per nessuna ragione esentati dal dover comunque essere più bravi nella “moralità” -vorrei dire- della quota quotidiana, dell’iscrizione, cosa su cui siamo stati effettivamente manchevoli.
Tuttavia, anche in questo caso, e sempre per una lettura serena delle cose, non posso non rilevare che proprio adesso, proprio ora e da ora, e in buona misura grazie alle iniziative che anch’io animo, siamo di nuovo in condizione di tentare una grande campagna diretta ai ceti produttivi. A metà degli anni ’90, in piena fase referendaria sulle libertà economiche, si lanciò il “ma perché?”…Era una domanda, e insieme un modo di incalzare: ma perché i ceti produttivi non sostengono le iniziative che sono concretamente in campo per le libertà economiche? Oggi possiamo ritentare, grazie alle cose che fa Emma, e grazie anche a quelle che faccio io: e la nostra preoccupazione dovrebbe essere quella di rendere molto percepibile che Emma non è solo Emma, e che Daniele non è solo Daniele, ma che entrambi sono in questo partito, e sono questo partito.
Guardate che, in un anno e mezzo, sulle questioni economiche e sociali, le abbiamo azzeccate tutte: prima la scelta dell’”agenda Giavazzi” (non solo per le condivisibili proposte che conteneva e contiene, ma anche come orizzonte, come respiro, come cambio di atmosfera); poi il richiamo al Libro Bianco di Biagi, per completare la Legge Biagi; poi gli “outsider”, i “sette giorni per un’impresa”, i “volenterosi”. E’ un patrimonio da valorizzare, e che, dopo tanto tempo, ci consente sia di tentare di parlare all’opinione pubblica, sia a segmenti sociali che avevamo perso di vista. Non solo battaglie politico-parlamentari, “di ceto politico”, insomma, ma battaglie che possono aprirsi uno spazio sociale. Penso anche, da questo punto di vista, al lavoro importante (ne avete testimonianza nel bel numero di “Diritto e libertà” che è in circolazione) animato da Roberto Cicciomessere, da Fabio Pammolli, da Valeria Manieri e da tanti altri amici sul “welfare to work” (blairiano e non solo) come possibilità concreta di cambiare il paradigma del nostro welfare. In un bello studio della Brookings Institution (è il think tank che scrive programmi per i democratici americani, e che in buona parte della sinistra italiana sarebbe considerato -temo- un pericoloso esempio di destra liberista), studio che è stato chiamato “Hamilton project”, si trovano le parole giuste: abbiamo bisogno di una rete di welfare che non sia fatta di “amache”, ma di “trampolini”, di una rete elastica che consenta a chi ha avuto la disavventura di perdere il lavoro di formarsi, di ri-formarsi, e di avere una chance per rientrare, mentre percepisce un sussidio di disoccupazione (ovviamente, non così elevato da creare l’”effetto-amaca”). Su tutto questo, le nostre proposte si incrociano con quelle -ancora una volta- di Francesco Giavazzi, di Pietro Ichino e di Tito Boeri.
Per questo dico che “ora” è il momento di un nuovo “ma perché”, e che ho ed abbiamo lavorato duramente perché questo momento tornasse ad arrivare. Teniamolo presente.
Colgo anche l’occasione (l’avevo preannunciato) per due concrete proposte in materia di pensioni, che ho appositamente inserito a questo punto della mia relazione, e che potrebbero essere inserite tra le cose da proporre a Prodi, nell’incontro che ho evocato prima.
Primo. Dobbiamo metterci in condizione di sapere (Michele De Lucia, in particolare, è al lavoro su questa strada), cosa accadrebbe con un innalzamento di due o tre o quattro anni dell’età pensionalbile. Quanti sussidi di disoccupazione potremmo pagare con il denaro recuperato? Quanti programmi di welfare to work potrebbero partire? O, su un piano ancora diverso, quante pensioni minime potrebbero essere aumentate, e di quanto, con quei soldi? E, come vedete, si tratta di una sfida liberale e insieme “di sinistra”, cioè a favore dei più deboli. In altre parole: è più di sinistra (vorrei dire ad Epifani) difendere le pensioni a 57 anni o rendere possibile, con due anni di aumento dell’età, un sussidio di disoccupazione? Ed è più di sinistra difendere le pensioni a 57 anni o aumentare le pensioni minime, che sono oggi spesso pensioni da fame?
Secondo. Nella logica di una pensione sempre più facoltativa, specie nei suoi tempi, vorrei raccogliere uno spunto di Pannella di qualche mese fa, e -soprattutto- una concreta ipotesi avanzata dal Presidente del Cnel Antonio Marzano. Perché non consentire sempre più sistematicamente a tanti pensionati che lo vogliano di continuare a lavorare? Potrebbero conservare -che so- una quota inferiore o ridotta della pensione, e percepire un salario anch’esso inferiore o ridotto. Con gli opportuni bilanciamenti (anche per evitare che questo renda difficile un altro tipo di assunzioni, cioè di personale più giovane), con gli opportuni equilibri, ripeto, può essere un’altra proposta da studiare.
6. Pochi contributi su altri temi. Referendum elettorale. Finanziamento pubblico. Politica internazionale. Ambiente ed energia. Scuola, università e ricerca. Rinvio alle Commissioni.
Sono vicino alle conclusioni. Questo sarà un Congresso caratterizzato da un numero importante di Commissioni. Al di là dei temi su cui mi sono più ampiamente soffermato, ve ne sono infatti altri che possono crescere e conquistarsi uno spazio.
In primo luogo, c’è la grande questione del referendum elettorale. Sabato, sarà qui il professor Giovanni Guzzetta, autore dei quesiti che sono stati recentemente depositati in Cassazione, e che io -a titolo personale- ho sottoscritto. Si è aperto un dibattito utile e serrato, in particolare con Massimo Teodori. La mia impressione è che entrambi dicano cose assai giuste: ha ragione Teodori quando sottolinea che il quesito non porterebbe al bipartitismo perfetto, ma ha anche ragione Gazzetta nel sottolineare che, operando per ritaglio su una legge concepita per non essere “referendabile”, non si poteva cavare più di questo. La mia impressione è che il referendum elettorale possa essere un elemento scardinante rispetto agli assetti esistenti, agli assetti che non ci piacciono, e che -quindi- faremmo bene non solo a seguire con simpatia questa impresa, ma a parteciparvi fino in fondo.
E, ancora sul piano istituzionale, c’è una cosa che vi invito a non trascurare: ne ho parlato al Sole 24 Ore, che ha lanciato un appello in proposito, e abbiamo iniziato a lavorarci anche con Chicco Testa, che ha preso una coraggiosissima iniziativa, che ho immediatamente supportato. Si tratta di avviare una campagna per la abolizione delle Province. E’ battaglia einaudiana, che va immaginata e scadenzata.
Collegata a questo, c’è una questione, che mi vede -ancora- d’accordo con Teodori, che ne è tornato a scrivere domenica. I compagni della Direzione di Radicali italiani sanno che ne parlo da tempo. A mio avviso, se (con tutti i ragionamenti e tutte le cautele da usare) dovesse partire una stagione referendaria, non potrebbe mancare l’abolizione della vergogna dei rimborsi elettorali ai partiti. E’ un tema vero: quello della progressiva parastatalizzazione di tutto. E la risposta agli anni dell’”illegalità” sembra ora essere, da parte dei partiti, la progressiva “legalizzazione”, “sistemazione” e “sistematizzazione” delle loro necessità. I senatori Salvi e Villone sono autori di una ricerca e di un libro importante su questo, e posso preannunciarvi che Cesare Salvi parteciperà ai lavori di una delle nostre Commissioni.
Per chiudere il capitolo referendum (o per aprirlo!), io credo che abbiamo molto tempo per valutare. Se mai lo volessimo, una raccolta di firme potrebbe avvenire in primavera e in estate, con il voto l’anno prossimo, nel 2008, un anno prima delle europee. La mia impressione è che faremmo bene, come dicevo, a partecipare al tentativo del referendum elettorale, e, contestualmente, a preparare (sottolineo: a preparare; poi decidere di usarli o no sarebbe un altro paio di maniche) pochi, sottolineo pochissimi altri quesiti, due o tre. Il finanziamento pubblico, come dicevo; un referendum economico “giavazziano”, fortemente simbolico e capace di esprimere in positivo una svolta liberale (non è facile trovare il tema), ed eventualmente qualcosa sulla giustizia e/o sui diritti civili, ad esempio sulla droga o sull’eutanasia (Salvatore Ferraro sta ragionando da tempo su questo, anche se il quadro normativo è tutt’altro che agevole). Mi parrebbe prudente usare le prossime settimane per avere a disposizione queste possibilità, e poi decidere se usarle o no.
Una Commissione, come dicevo all’inizio, è dedicata al PRT e al Satyagraha mondiale per la pace lanciato da Pannella. A mio avviso, sulla politica internazionale, è bene toccare molte corde: porre l’accento sulla carta nonviolenta, alternativa a quella pacifista, e quindi capace di contenderle il terreno di una autentica costruzione di pace, cioè di una pace fondata sulla libertà e la democrazia; porre sempre di più la questione-Putin, cioè di un sistema autocratico rispetto al quale, a parte l’eccezione americana, c’è nel mondo una sempre maggiore afasia. Lo spettacolo di Pannella unico italiano ed unico europeo presente al funerale della Politovskaja, non raccontava tanto di Pannella, ma ci parlava e ci parla della politica italiana ed europea. Politica italiana, in particolare, che prosegue -come dire- in un certo modo: tutti abbiamo criticato le corrività di Silvio Berlusconi rispetto a Putin, e a sinistra ci si è stracciati le vesti per questo, ma -nel silenzio generale, come Bruno Mellano, Giulio Manfredi e Igor Boni potranno raccontarvi- il Governo italiano (attraverso il sottosegretario Crucianelli) ha risposto ad una nostra interrogazione parlamentare dicendo che l’Italia “proseguirà nella linea di incoraggiamento alla Russia per non abbandonare il percorso intrapreso di normalizzazione politica in Cecenia”. Agghiacciante e testuale.
Sempre in politica internazionale, non dimentichiamo il grande tema delle “armi di attrazione di massa”: avendo, in particolare, da tanto tempo posto la questione dell’Iran, paese -lo ricordo sempre- con il 70% della popolazione che ha meno di 30 anni ed è desiderosa di “contaminarsi” con l’Occidente, e avendo ancora qualche mese fa denunciato sul Corriere della Sera come Ahmadinejad si sia impegnato in un piano di rimozione delle parabole televisive (proprio per isolare l’Iran dal “Grande Satana” occidentale), mi sono emozionato nel leggere la proposta di Salman Rushdie (proprio lui, lo ricordate?) di riempire l’Iran di I-pod, per travolgere i mullah con la microcomunicazione (anche come formato), con la musica, con i suoni e le parole della libertà.
Abbiamo anche previsto una Commissione sui temi dell’energia e dell’ambiente. Disponiamo di una linea-guida: mi riferisco ad una relazione, a mio avviso di importanza storica, tenuta un anno fa, in un importante convegno di Radicali italiani e degli Amici della Terra, da Mario Signorino. E’, a mio avviso, un manifesto di ambientalismo liberale, aperto, non ideologico. Antonio Bacchi mi dice che Signorino, pur non potendo partecipare a questo Congresso, è desideroso di ragionarne insieme: ne sono felice.
Per altro verso, sono naturalmente importanti, importantissime, le parole di Tony Blair e di David Cameron, di fatto convergenti, nei giorni scorsi: possiamo iniziare a discuterne anche noi.
Io mi permetto, e così mi ricollego anche ai temi di politica internazionale, di individuare un centro di attenzione possibile nella questione energia (mi sono espresso sul Sole 24 Ore, e la questione già investe direttamente la mia Commissione, che è competente in materia). Non pongo tanto e solo la questione tecnica o di sicurezza energetica (anche lì, occorre toccare tutti i tasti dello strumento, uscendo dalla tenaglia del gas, e quindi valorizzando tutto, il carbone, le rinnovabili, eccetera). Non ne parlo qui. Ma il piano più rilevante è quello geopolitico e geostrategico. Nessuno è così ingenuo o così sciocco da ritenere che “con Putin non si debba parlare”. Al contrario: bisogna parlargli e molto, ma a testa alta. Sapendo, come ha giustamente scritto il Wall Street Journal, che il leader russo sta usando il gas “come un tempo Mosca usava i carriarmati”. E, si badi, non si tratta tanto e solo dell’accordo con l’algerina Sonatrach, ma di un’operazione ben più ambiziosa, che vede Putin al centro della costruzione di un nuovo “polo” sullo scacchiere globale, grazie agli accordi realizzati con l’Iran e -su un altro piano- con il Venezuela. Occorre quindi mettere in agenda il tema “energia e democrazia” (lo facemmo, come radicali, già un anno fa, proprio insieme a Mario Signorino): sapendo che la sfida è quella lanciata da autocrazie, da regimi paradittatoriali o comunque non democratici, che sono oggi (e in prospettiva saranno sempre di più) quelli che tengono banco nella decisiva partita energetica.
E infine abbiamo previsto, non ultima per importanza, una Commissione sulla scuola. Grazie all’apporto di Lorenzo Strik Lievers, dei professori Drago, Ragazzini, del gruppo di Firenze, e di tanti altri, stiamo uscendo dalla chiave -a mio avviso non centrata e antistorica- “scuola pubblica, scuola pubblica, scuola pubblica”. Il tema, semmai, è “riforma della scuola pubblica, riforma della scuola pubblica, riforma della scuola pubblica”. E la riforma passa dal merito, da quel tabù della “valutazione” dei docenti che noi chiediamo a gran voce e che ampi settori del mondo sindacale vogliono -invece- impedire con ogni mezzo. Anche sui temi della ricerca e dell’università, consiglio a tutti (è una vera e propria miniera) l’ultimo libro dei professori Alesina e Gavazzi: la chiave prescelta non è quella di dare più soldi pubblici, ma di creare -al contrario- un sistema di incentivi fondati sul merito. Più borse di studio; abolizione del valore legale del titolo di studio; incoraggiare la mobilità (in tutto il mondo, sono gli studenti a spostarsi per cercare un’università; l’Italia è l’unico paese in cui -per esigenze di potere, sottopotere e clientela- sono state le università, al contrario, a “spostarsi”, con una assurda fioritura di istituti impresentabili solo perché il potente di turno doveva avere la “sua” università nella “sua” città. Con gli effetti che ciascuno può constatare). Discutiamo anche di questo.
7. Conclusioni. Telegrammi e auguri. Io resto qui. Un avviso a “Crono”…
Ho davvero finito. Mi resta il tempo, come faccio a volte, per pochi “telegrammi” di auguri, e di cuore.
Auguri e in bocca al lupo a Rita, che è tra le primissime persone che mi hanno aperto la porta, quando sono arrivato. La stimo e le voglio bene, e sono certo che, se il Congresso lo deciderà, sarà un’ottima Segretaria. Sono determinato, da militante, a dare e darle una mano, se vorrà.
Auguri e in bocca al lupo ai compagni che sono qui, a quelli che arriveranno o che ci seguono per radio, e ai tantissimi che ho sentito in questi ultimi giorni, affettuosi e intelligenti come i radicali sanno esserlo. In questi cinque anni (ho fatto un conto approssimativo) ho tenuto circa 400 assemblee, poco meno di due a settimana. Mi candido a farne altre 400 nei prossimi cinque anni.
Auguri e in bocca al lupo a chi non è potuto venire, come Sergio Stanzani, a cui desidero dire che gli voglio un gran bene…
Un pensiero ad alcuni compagni che ci hanno lasciato in questi anni: di Luca ho detto all’inizio, ma voglio ricordare con voi Rino Spampanato, il papà -per tanto tempo- di radioradicale.it. Era un amico vero, tra i più cari, un compagno di rara intelligenza e generosità: le due cose, quando ci sono, vanno insieme.
Un grazie a tutti quelli con cui ho collaborato. Ho estratto una carta molto alta, nel gioco della vita, incontrando tante delle persone che sono qui. Considero un vero dono del destino alcune amicizie, alcuni incontri avvenuti qui: ci sono momenti in cui devi tendere una mano, e altri in cui devi sperare di trovare una mano protesa verso di te. Insomma, ciascuno di noi ha proseguito la sua corsa perché qualcun altro, almeno una volta, gli ha teso una mano. Io ho avuto la fortuna di incontrare molte mani tese, e anche quella di sapere tante volte tendere la mia.
E un grazie speciale -in ordine sparso- a Michele De Lucia, Simone Cergnul, Federico Fischer, Salvatore Ferraro (che è il più vecchio del gruppo ed ha ben 39 anni!), con cui ci ritroviamo per 14-15 ore al giorno a Montecitorio, in due stanze che abbiamo trasformato in un luogo di militanza, e con cui ci siamo trovati a dover imparare subito, tutti insieme e tutto insieme, cosa sia il Parlamento. E’ stato un avvio di lavoro entusiasmante, in primo luogo grazie a loro.
Grazie ad Emma Bonino. Tutti sanno di lei che è persona di qualità straordinarie. Ora è nella trincea più difficile, e sta compiendo -a mio avviso- un percorso ammirevole, di grande prospettiva, di grande costruzione. Devo anche dire (lo faccio pubblicamente) che ho potuto sperimentare il suo aiuto generoso, in alcuni passaggi recenti, in alcune vicende di “incrocio” tra attività di Governo e attività parlamentare.
E grazie a Marco, naturalmente. Grazie di tutto. Non ho mai creduto al fatto che ci siano le “vittime” di Marco. Non l’ho mai detto, e non comincerò a dirlo ora. Il presunto “comitato delle vittime” ha molti motivi per ringraziarlo. E io credo di conoscere la riconoscenza, la gratitudine e il rispetto, a maggior ragione per una vicenda umana e politica colossale come la sua.
Certo, gli devo dare ora una brutta notizia. Siccome (direbbe Veltroni) “I care”, siccome mi importa, io non ho nessuna intenzione di mollarlo, di mollarti. Guarda, Marco, che è una sfida. Per me, è una sfida continuare a ritenere di potere, e quindi volere (o forse il contrario: volere, e quindi potere continuare -Bruno Zevi diceva che “volere è potere”, non il contrario-) a lavorare insieme a te. E, insisto: per me la sfida è quella di sottrarmi alle banalità, alle scontatezze e alle frette dell’attor giovane. Ma anche per te, che pure sei un gigante, esistono altre banalità, altre scontatezze, altre frette a cui spero che tu voglia, e quindi possa, sottrarti. Sono caz…sono affari tuoi, perché io non me ne vado, e continuerò a dirti che sei ansioso, che sei entrato in una spirale di ansia, che a volte ti toglie il ritmo lento del progetto, della costruzione.
Il professor Ragazzini mi ha ricordato una bella pagina del Barone Rampante, e mi consiglia di continuare ad esercitare un qualche ruolo (Calvino usa la brutta parola: “comandare”, che io mi guardo bene dall’usare) in un’altra forma, cioè regalando idee. Io non smetterò di tentare. Ci ho provato anche con questa relazione. E ogni giorno vedo cose che mi emozionano: in Svezia, ne parlavamo con il professor Giavazzi, il Ministro delle Finanze ha 38 anni, è uno splendido liberale, un uomo nuovo autore di uno dei programmi economici più innovativi del mondo occidentale. Il caso vuole che poi, pensate un po’, vada in giro con una specie di coda di cavallo e con una maglietta nera new age: sarà divertente vederlo all’Ecofin seduto accanto a Padoa Schioppa…E’ proprio il caso di dire che…”un altro mondo è possibile”.
Agli amici della stampa, che ho molte ragioni per ringraziare, vorrei dire -affettuosamente- di non esagerare con “Crono che divora i suoi figli”. E lo dico per tre buone ragioni: che io non ho alcuna intenzione di essere divorato, che sono discretamente indigesto, e che -se anche fosse vero che Crono ha di nuovo fame- troveremo il modo di impegnarlo in un provvidenziale Satyagraha, lasciandolo a bocca asciutta…
Grazie a voi, splendidi compagni radicali. Io resto qui. Buon Congresso a noi tutti.