Riformare la Costituzione
Costituzione: meno "diritti", più individuo
di Daniele CapezzoneRiprendendo il dibattito lanciato da Franco Debenedetti sulla prima parte della Costituzione (IBL Focus Speciale), l'Istituto Bruno Leoni ha voluto aprire una discussione sulla legge fondamentale dello Stato, e l'approccio alla libertà che in essa si palesa. Dopo gli interventi di Carlo Lottieri, Giorgio Rebuffa e Vito Tanzi, ospitiamo ora il contributo di Daniele Capezzone, Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera e segretario di Radicali Italiani.
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Il dibattito-provocazione lanciato da Franco Debenedetti, e così opportunamente valorizzato ed esteso dall’Istituto Bruno Leoni, è -a mio avviso- davvero importante per almeno tre buone ragioni.
In primo luogo, perché rompe un tabù. Chi scrive non era favorevole alla proposta di riforma della Costituzione avanzata da Roberto Calderoli e da settori della Cdl: ma un conto è essere (come ero e sono) contrario a quella impostazione; altra (e non allegra) cosa è stata il dover assistere ad una campagna referendaria guidata da Oscar Luigi Scalfaro, e per giunta condotta all’insegna del “la Costituzione del ’48 non si tocca”. Ecco, quindi, il perché di una sempre più necessaria rottura del tabù: occorre chi, indipendentemente dall’attuale collocazione politica, abbia la voglia e la determinazione di dire che quel testo costituzionale non può essere imbalsamato o sacralizzato, e che anche l’esito referendario non può essere presentato come alibi per sancire una intangibilità assoluta dello status quo. Mi rendo conto di scrivere una cosa banale per chi abbia un minimo di buon senso: ma è bene ribadire che, se gli italiani sono stati contrari a quella riforma, ciò non vuole affatto dire che il loro voto debba essere presentato come una pregiudiziale contrarietà a qualsiasi riforma.
In secondo luogo -tabù nel tabù- è importante indicare le grandi contraddizioni della prima parte della Carta, specie rispetto alle questioni economiche e sociali. Carlo Lottieri, Vito Tanzi e Giorgio Rebuffa hanno mirabilmente detto l’essenziale, e non ho nulla da aggiungere. Di tutta evidenza, la proprietà (“pubblica” e -solo poi- anche “privata”); l’”utilità generale” evocata e diffusa a piene mani; l’iniziativa economica privata libera ma sempre e comunque da sorvegliare, da vigilare in modo occhiuto; la “funzione sociale” come parametro che la mano pubblica si riserva di utilizzare per coordinare, pianificare, imbrigliare: ecco, tutto ciò non solo non disegna uno scenario “market friendly”, ma -al contrario- illustra il connotato di un compromesso costituzionale in cui le ragioni liberali, e lo stesso respiro liberale, sono stati fortissimamente sacrificati, e in qualche caso del tutto soppressi. Ed è bene ricordare, anche nell’Italia del 2006, che la norma suprema del nostro ordinamento giuridico ha proprio questo approccio, questo impianto, così dissimile da tanti altri modelli occidentali.
In terzo luogo -e qui la violazione del tabù si fa quasi sacrilegio secondo il “politically correct” corrente-, occorre a mio avviso andare all’attacco di una tecnica di redazione normativa tutta centrata sull’elencazione di quelli che sono stati definiti “diritti inesigibili”. Un intellettuale originale e coraggioso come Alain Finkielkraut non smette di ricordarci che una società libera non è un “accumulo di diritti” (diritto a questo, diritto a quello...). E la Costituzione italiana è negativamente gravata proprio da questa impostazione (diritto alla casa, diritto al lavoro, ecc: tanto più solennemente proclamati, quanto più difficilmente o per nulla realizzati, peraltro). Tra l’altro, allargando per un istante lo spettro della riflessione, non sarebbe un buon affare per nessuno -secondo me- trasferire questo “metodo” in altri ambiti. Infatti (che si tratti di economia o di libertà civili e personali), scendendo dal piano costituzionale a quello della legislazione ordinaria, a mio avviso l’impostazione dovrebbe essere opposta: non la richiesta di una legge in più, ma di una legge in meno; non di un diritto in più, ma di una facoltà in più; non di un intervento in più dello Stato, ma un intervento in meno. Il secolo appena trascorso è stato caratterizzato dall’impronunciabilità della parola “individuo”: ed era sempre un’entità collettiva (la Famiglia, il Sindacato, il Partito, la Chiesa, lo Stato: tutti minacciosamente maiuscoli) a dire l’ultima parola. Ora, è forse venuto il momento di immaginare un nuovo spartiacque politico rispetto alle tradizionali categorie della “destra” e della “sinistra” (per tanti versi, attrezzi ormai inadeguati): e la distinzione è tra chi (in economia come sul fronte delle scelte personali) vuole allargare e chi invece vuole restringere la sfera della decisione individuale e privata rispetto alla sfera delle decisioni pubbliche e collettive.
Lascio infine da parte il tema della riforma istituzionale. Ma è noto che alla non nuova preferenza per una legge elettorale uninominale e maggioritaria si è sempre accompagnata, per i radicali, una corrispondente preferenza per un sistema istituzionale anglosassone, e in particolare per il modello statunitense, basato sul presidenzialismo, sul federalismo, e su una sapiente giustapposizione di pesi e contrappesi. E non si tratta -di tutta evidenza- di “tecnicalità”, ma -ormai- di un modello radicalmente alternativo (e di gran lunga più efficiente) rispetto agli schemi affermatisi nell’Europa continentale. Un buon tema per un prossimo Focus.
Daniele Capezzone (Roma, 1972) è segretario di Radicali italiani dal luglio 2001. E’ ora Presidente della Commissione attività produttive della Camera dei deputati, e membro della segreteria della Rosa nel pugno.
| Pubblicato il 21/08/2006 |
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da www.brunoleoni.it
riporto di seguito il comunicato di Alberto Mingardi:
Daniele Capezzone, Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati e segretario di Radicali italiani, interviene sul sito dell'Istituto Bruno Leoni (www.brunoleoni.it) sul dibattito sulla prima parte della Costituzione, aperto da un articolo di Franco Debenedetti ripreso in un "Focus" dell'IBL che presentava anche i commenti di Carlo Lottieri, Giorgio Rebuffa e Vito Tanzi. Nel dibattito sulla Costituzione, scrive Capezzone, occorre "la determinazione di dire che quel testo costituzionale non può essere imbalsamato o sacralizzato, e che anche l'esito referendario non può essere presentato come alibi per sancire una intangibilità assoluta dello status quo".
Per Daniele Capezzone, chiusasi l'epoca dello Stato massimo, "è forse venuto il momento di immaginare un nuovo spartiacque politico rispetto alle tradizionali categorie della "destra" e della "sinistra" (per tanti versi, attrezzi ormai inadeguati): e la distinzione è tra chi (in economia come sul fronte delle scelte personali) vuole allargare e chi invece vuole restringere la sfera della decisione individuale e privata rispetto alla sfera delle decisioni pubbliche e collettive".
Secondo Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL, "quello di Capezzone è un contributo significativo ad un dibattito importante: quella verso un ripensamento della Costituzione è una strada politicamente impervia, ma ineludibile, se vogliamo costruire anche in Italia una più solida cultura della libertà individuale e di mercato".


